Non è tutto oro quel che luccica

Durante l’anno appena trascorso abbiamo avuto diverse novità sul digitale terrestre, che potrebbero aver fatto gridare al miracolo, alla rinascita.
Con un po’ di ingenuità si potrebbe pensare di aver assistito alla ripresa di una rinomata identità sarda con un conseguente interesse per diffondere le tradizioni, la cultura, la lingua dell’isola attraverso il mezzo televisivo.

E’ arrivata Matex TV, idea originale in Sardegna , progetto nato nella EX Manifattura Tabacchi di Cagliari. Io l’avrei chiamata Matrix Tv perché si tratta di un fenomeno misterioso, definito di pubblica utilità, la cui visione probabilmente è riservata solo a tutti gli spettatori discepoli di Neo.
Nel corso del 2020, il gruppo di Zuncheddu ha avuto una brillante (si fa per dire) idea per controbattere alle novità arrivate sul mux di Sardegna 1 e per immergersi ulteriormente nella beatitudine dei contributi regionali. Ecco quindi l’arrivo di Radiolina in versione tv e recentemente il nuovo canale tematico Sa Radiolina che dopo aver proposto un concerto dei Tazenda è caduto nuovamente nel torpore.

Ma come non citare la novità che non ti aspetti, il Canale 40 Regionale, che va a braccetto con le altre novità presenti dalla numerazione 600.
Manca infine la ciliegina sulla torta. La domenica mattina alle 09.30, mezz’ora di programmazione regionale da parte di RAI3 con la trasmissione di documentari e film in sardo. Solo questo argomento su una programmazione così confusa, irrisoria, sconclusionata e pagata dalla Regione, meriterebbe una discussione specifica.

Se non avete ancora individuato da soli il comune denominatore a tutto quanto riportato sopra, la risposta è ovvia: “contributi pubblici”.

In primo luogo sarebbe interessante conoscere nell’era della rete quanti di questi canali fanno realmente breccia nelle case dei sardi. Quanti sono a conoscenza di queste iniziative. Perché noi amanti della lingua sarda, della cultura e delle tradizioni, dopo aver atteso per decenni di vedere qualcosa sui televisori dovremmo ad un certo punto, ora e soltanto ora trovare conforto in un mezzo, quello televisivo, ormai morente?

Il tutto è costruito su un castello traballante, che poteva avere un senso 20 anni fa, quando in tv si cercava effettivamente l’identità sarda e si faticava per trovare qualcosa di realmente nostro che non fosse Sardegna Canta, quando orfani di Netflix o di Youtube anche i più giovani avrebbero fatto zapping sul telecomando.

Vuole la Regione Sardegna diffondere la conoscenza, la cultura, la lingua sarda oppure semplicemente è solo un tentativo di allungare la lenta agonia della tv locale? Si possono fare entrambe le cose, basterebbe dare i contributi non solo per le ore di trasmissione, ma anche per la qualità della programmazione, promuovendo le iniziative migliori e sopratutto facendole conoscere al grande pubblico.

L’intero comparto televisivo sardo si regge ormai sui contributi pubblici, che mai come quest’anno nascondono le tenebre in arrivo, quando in nome della nuova rivoluzione digitale, del 5G e conseguente DVB-T2 si apriranno le porte al periodo più cupo e difficile dell’emittenza locale.

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